Una finestra…
sulla Mistica

 

Particolare portico Basilica S. Pietro al Monte (Civate, Lc)

Si è sempre Artisti, ma non si è sempre artefici.
Artisti si nasce, e si è al di là del tempo e dello spazio,
dunque eternamente Artisti.
Artefici si diventa, quando si realizza un’opera d’arte,
che, se richiede tempo prezioso e le migliori energie, anche tecniche,
non riuscirà mai a completare ciò che si è come Artisti.
L’artefice fa, l’Artista è.
Ogni opera è come una goccia di rugiada,
che si posa al mattino sullo stelo misterioso del nostro essere.
La rugiada non potrà mai essere l’Arte nella sua Essenzialità divina.
Nella Bibbia rugiada è simbolo
dello Spirito, della Grazia e del Cristo risorto.
Rugiada è dunque simbolo,
ma non è lo Spirito, la Grazia e il Cristo risorto.
L’Arte invece è lo stesso Spirito,
la stessa Grazia e lo stesso Cristo risorto.
Ogni opera d’Arte è solo una goccia di rugiada,
non è l’Arte che produce la rugiada.

DON GIORGIO

 

Eckhart Meister  
(Tambach, 1260 ca. – Avignone  (?), 1328 ca.)

Domenicano tedesco, ai vertici del suo Ordine, magister a Parigi (di qui quel Meister che è diventato quasi il suo nome di battesimo), messo sotto processo per eresia dal papato avignonese. Le sue opere, quasi dimenticate per secoli, sono riapparse alla luce dall’età romantica in poi, mostrandone tutta la grandezza spirituale.

Vi consigliamo:

“Sermoni tedeschi”, “Dell’uomo nobile”,
“La via del distacco”.

In questo mondo così digitalizzato, dove si può trovare di tutto e di più, dove ogni cosa è impregnata di consumismo… questo spazio sarebbe bello riuscisse ad essere una boccata di aria fresca e genuina.

Non molto tempo fa don Giorgio ed io ci imbattemmo di nuovo in alcuni testi di Giovanni Papini. In uno di questi trovammo un capitoletto sul Beato Angelico (1395 – 1455), pittore italiano. Abbiamo deciso di condividere sul sito queste riflessioni, proprio perché vi ci siamo ritrovati.
Non sono cose sempre semplici da spiegare, ma quello che ci sembra doveroso far capire attraverso anche questo sito è il senso per cui lavoriamo.
Sia per don Giorgio che per me ogni lavoro nasce da una profonda ricerca di quel distacco, di cui parlava in continuazione Meister Eckhart nei suoi sermoni, richiamando quel “distaccati da tutto” di Plotino.
Scriviamo e dipingiamo per generare nello spirito e per lo spirito, sempre sciolti da ogni carnalità che inquina ciò che invece deve necessariamente emergere.
Quello che cerchiamo di fare umilmente, e anche magari sbagliando, sta nel portare il visitatore o il lettore alla Verità che è una sola.
Ad ogni lavoro ci piacerebbe lasciare dentro ciascuno di voi un “segno”, riattivare quella “scintilla divina” nascosta sotto cumuli e cumuli di macerie o di strati e strati di polvere, e proprio per tutte queste cose ingombranti non trova più il suo splendore.
Cerchiamo il più possibile di vivere secondo ciò in cui crediamo, e di trasmetterlo anche nelle nostre produzioni.
Giovanni Papini, nel suo stile schietto e sincero, fa emergere il vero senso del pittore, in questo caso del Beato Angelico.
Riportiamo qui alcune frasi significative:

«L’Angelico non è un’esteta, ma un apostolo, non è un pittore puro, ma un confessore della fede; non fa decorazioni, ma ardenti sermoni. Non vuole istruire o dilettare i cristiani, ma vuole riscaldarli, bruciarli, intenerirli, piegarli, farli inginocchiare e lagrimare. Nel suo amoroso cuore di vero domenicano dominavano due sentimenti: il dolore dinanzi allo strazio atroce del Dio crocifisso e la gioia pregustata della beatitudine eterna».

«Il Beato Angelico era un cristiano che credeva sul serio a tutto quello che il cristianesimo insegna e perciò pativa col Figlio di Dio e gioiva coi beati del cielo. Egli pregava e piangeva perché, come tutti i cristiani appassionati, desiderava ardentemente e fortemente che tutti i cristiani diventassero sempre più cristiani, più perfetti, più presenti e commossi, più vicini a Cristo nel suo martirio e nella sua gloria».

«… le sue prediche senza parole sono capolavori di grazia casta e di gentilezza ariosa, miracoli di tenerezza verginale e di estasi lucida, testi esemplari di quell’arte che Dante felicemente definì “il visibile parlare”».

                                                                                                                             MARTINA – DON GIORGIO

 

 

 

 

 

Nel mese di gennaio 2022 don Giorgio scrisse queste riflessioni personali
che poi divennero un opuscolo, piccolo di mole ma di infinita verità.

Abbiamo pensato di riportare qui alcuni brani, questo per fare capire
che cosa intendiamo per Arte nobile e arte carnale.

 

L’ARTE O È NOBILE O NON È ARTE

Quando diciamo che un’opera è Arte nobile?
Quando nasce nel “fondo dell’anima”, là dove il nostro spirito si unisce misticamente con lo Spirito santo.
L’Unione mistica è una immersione nel Profondo divino.
Se nell’arte pittorica o scultorea le mani non sono guidate dallo Spirito, non vi è che carnalità di forme grottesche, che solo critici prezzolati esaltano come nobile Arte.
Più ingigantiamo “gestazioni” indolori, tappezzando pareti adibite a mostre (fossero centri commerciali, tutto sarebbe in linea con il marciume che esige marciume per essere onorati!), o pareti di chiese sconsacrate per essere ancor più dis-sacrate da esibizioni cosiddette artistiche che attingono al vuoto d’essere, più è evidente la contrapposizione al Bene Sommo, da cui emanano infiniti raggi di Luce.
Sembra che il “piccolo” venga snobbato dalla ossessione diabolica del “grosso”, dove non vi è che l’annullamento di quel Sommo Bello, che esige un tale distacco da ridurre ogni eccedenza carnale in infinite microscopiche particelle di Luce.
Vi è l’Arte nobile, e vi è arte carnale.
L’Arte nobile non trova posto in ogni oscena esibizione di corporalità ben formose oppure sfatte dal grottesco, prescelto proprio perché grottesco al limite della decenza, fuori di ogni logos (o ragione illuminata) o di quel peculiare senso senza sensualità, che sta nel fondo dell’Assurdo divino.
L’Arte nobile attinge al Fondo senza fondo, che è il Pozzo eterno di una Divinità, senza volti, senza nomi, senza maschere religiose.
L’Arte nobile è per natura sacra, ma non necessariamente religiosa, e neppure presuntuosamente laica o atea.
L’Arte nobile è radicalmente divina: di una Divinità, che è senza entità umanamente descrivibile. È Divinità “impersonale”: È, e basta! Ovvero, è Essenzialità purissima, che assume anche sembianze umane, ma senza delimitare il Divino, timidamente intravisto al di là di una storicità temporale.
E timidamente balbetto nel dire queste cose, e istintivamente sbotto, quando descrivo con amarezza ciò che chiamano arte, solo perché su pezzi di tela innocente si buttano, defecandoli come espulsioni corporali, colori accoppiati carnalmente alla rinfusa.
Oggi questa specie di arte si espande ovunque, su ogni parete di luoghi sacri, destinati invece alla Nobiltà di quel Dio, che è Arte di parole mute, di suoni impercettibili, di sguardi pudichi, di intime commozioni, che solo lo Spirito comprende, ovvero “raccoglie nel loro insieme”, in vista dell’Uno divino.
L’Arte divina nobilita semplicemente lo spirito, mentre l’arte carnale, che prende come modella l’alienazione di una “mente che mente”, ripugna agli spiriti liberi che amano unicamente il Bene Sommo, ovvero quel Bene totalmente “sciolto” nell’Infinito.
E proprio nel Bene Assoluto anche l’Arte nobile si scioglie in una Beatitudine eterna. (…)

 

 

 

Abbiamo pensato di riportare qui alcuni brani, questo per fare capire
che cosa intendiamo per Arte nobile e arte carnale.

Ma l’Arte nobile è eterna, più che immortale.
Immortale è ciò che non ha più una fine, ma che può avere un inizio.
L’Arte nobile è senza un inizio e senza una fine: risiede nell’Eternità, o in quel Grembo verginale che chiamano Padre, Figlio e Spirito.
L’Arte nobile è la rigenerazione divina, nell’ineffabile Vortice di infinite interrelazioni di Luce, da cui siamo usciti e a cui stiamo tornando.
L’Arte nobile sta qui: nel voler tornare all’Eterno, che è già presente.
L’Arte nobile, dunque, vive di Eternità, che si fa presente ad ogni istante di un tempo che si annulla come crònos, per lasciare il posto al kairòs divino, che è essenzialmente Grazia, ovvero Gratuità.
L’Arte nobile è Grazia: Gratuità assoluta, senza alcuna ombra di venalità.
E qui troviamo quel paradosso che coinvolge anche ogni Artista nobile: vivere di Gratuità, vendendo opere d’Arte che è Gratuità.
L’Artista nobile vive di Gratuità, che ha però un costo, e come tale richiede un compenso.
E più si dedica totalmente all’Arte nobile, senza avere altri lavori economicamente compensativi, più l’Artista soffre quel paradosso, per cui vive sì solo di Arte nobile, ma per mantenersi è costretto a vendere almeno qualche sua opera.
Più vive di Arte nobile, più l’Artista sente quel disagio interiore di voler vivere di Gratuità, dovendo ricavare dalle sue opere qualcosa per poter sussistere economicamente.
Dunque, “secondo la giusta misura”, bisogna trovare la migliore soluzione che sappia armonizzare i princìpi con la realtà esistenziale.
L’Arte nobile rimane incontaminata nella sua Gratuità, anche se l’Artista fosse costretto a vendere al pubblico alcune opere.
In ogni caso, l’Arte nobile rimane come testimone della Bellezza del Bene Sommo, nelle case o nei musei, dove chi osserva un dipinto misticamente artistico eleva il proprio spirito, senza chiedersi se quel dipinto sia stato acquistato o donato.

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